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L'ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE

L'archeologia industriale è una scienza recente con forte connotazione interdisciplinare che fa riferimento all'istanza sempre più sentita nel campo storico generale di una storia che recuperi tutti gli aspetti della vita e della civiltà umana nel suo trasformarsi, di una storia che prenda nella dovuta considerazione e, quindi, affronti con rigore scientifico, la storia dei popoli e cioè la storia economica, sociale, politica, artistica e del costume e anche la storia della tecnica e della tecnologia, intese quest'ultime come capacità di collocare i processi e i procedimenti tecnologico-scientifici e le macchine in una realtà di luoghi, di territori, di fabbriche, di case e villaggi dove abitavano gli uomini che facevano funzionare le macchine stesse e che a quei procedimenti e processi hanno dedicato la loro vita.

L'archeologia industriale nasce in Inghilterra verso gli anni Cinquanta per scongiurare la scomparsa dei resti della rivoluzione industriale e ben presto si diffonde negli altri Paesi europei ed extraeuropei per giungere in Italia agli inizi degli anni Settanta.
La sua nascita è caratterizzata da spontaneismo, dilettantismo, passione e curiosità. La sua proprietà non accademica è sottolineata d'altronde anche dal fatto che i suoi padri: Kenneth Hudson e Brian Bracegirdle erano rispettivamente giornalista il primo e fotografo il secondo.

La formulazione del suo nome si deve a Michael Rix. L'abbinamento del sostantivo "archeologia" all'aggettivo "industriale", come argutamente sottolinea Franco Borsi, suscita a prima vista una sorte di perplessità, produce una specie di "rumore semantico". Questo disagio, più che da mancata chiarezza, deriva dalle contraddizioni insite, almeno apparentemente, nell'accostamento dei due termini e dal loro significato tradizionale. Per "archeologia", nell'accezione più comune, s'intende una scienza dell'antico, caratterizzata perfino da un certo sapore di arcaico, di remoto, di iniziatico o altamente specialistico; per "industriale" s'intende una complessa fenomelogia economica, produttiva, tecnologica e solo in minima misura artistica, connessa col mito del progresso, con l'attualità, con il futuribile. Il bisticcio insito nell'uso dei due termini cade se, abbandonato il concetto tradizionale di archeologia come storia dell'arte, facciamo nostro quello di archeologia come storia e non più scienza ausiliaria della storia e se si tiene presente che l'estetica contemporanea e la storia artistica hanno superato il concetto di anti-artisticità dell'utile e hanno ipotizzato al massimo una poetica della macchina che va dalla tradizione funzionale dell'architettura moderna alla pittura di Sironi, alla suggestione delle periferie, alle immagini dei fenomeni in negativo determinati dalla civiltà industriale nella realtà urbana, negli aspetti paesistici, nella vita quotidiana.

Da tutto ciò scaturisce che i fini dell'archeologia industriale, per dirlo con Massimo Negri, sono essenzialmente la conoscenza dei monumenti industriali - e cioè la loro localizzazione e l'individuazione delle loro peculiarità da punti di vista diversi: della storia, dell'architettura, della tecnologia, dell'urbanistica, dell'arte, ma anche del costume e della vita sociale - e la formulazione di ipotesi e proposte per la tutela e la eventuale rivitalizzazione degli stessi.

L'indagine archeologico-industriale a livello cronologico usualmente parte dal Settecento per arrivare al periodo compreso tra le due Guerre Mondiali, però, come ritiene Antonello Negri è estremamente difficile fissare dei rigidi confini temporali sia in basso che in alto. Una soluzione del problema si ha indicando lo spartiacque in basso nel momento in cui la produzione industriale diventa carattere dominante della vita sociale, il che in genere viene a coincidere con il diffondersi del modo di produzione capitalistica. Nello stesso tempo, però, occorre ricordare che vari studiosi di scuola anglosassone considerano oggetti di archeologia industriale tutte le testimonianze dell'attività produttiva umana indipendentemente dalla loro collocazione storica. Per quanto riguarda la demarcazione della disciplina verso il presente va detto che non esiste un punto di chiusura dell'archeologia industriale: infatti lo sviluppo tecnologico produce di continuo resti che immediatamente diventano oggetti di interesse storico. D'altra parte sono da considerarsi monumenti industriali anche taluni manufatti che svolgono ancora l'originaria funzione produttiva e di servizio.

Oggetto dell'archeologia industriale sono principalmente i manufatti in cui si compivano - e in taluni casi si compiono ancora - processi produttivi e di trasformazione. Tali manufatti, tra cui spicca la fabbrica, luogo per eccellenza dell'incontro tra capitale e lavoro e, inoltre, luogo di produzione non solo di cose, ma pure di idee, sono al centro di una più o meno fitta rete di strutture di servizio - ponti, ferrovie, stazioni, canali, magazzini, ma anche abitazioni e quartieri operai, grandi mercati, acquedotti, scuole per l'istruzione operaia, porti, ecc. - che hanno contribuito nel loro complesso a creare quel paesaggio industriale definitosi a partire dal XVIII° secolo in Inghilterra e successivamente generalizzatosi in molte aree europee e dell'America Settentrionale, nei termini, spesso, di una radicale alterazione della situazione ambientale preesistente.

Altra protagonista dell'archeologia industriale è la macchina. Nonostante la sua costante presenza in tutti i momenti della vita industriale essa è meno percepibile sul territorio, anche se ne è stata il principale strumento di trasformazione. La macchina è l'oggetto che più degli altri subisce gli effetti del rinnovamento tecnologico ed è quindi con maggior facilità espulsa dal processo produttivo, cioè distrutta, rottamizzata.

La fabbrica e la macchina, come d'altronde tutte le relative infrastrutture, vanno esplorate non in modo staccato e isolato, ma in quanto parte di un sistema che ha determinato storicamente, socialmente ed economicamente il territorio e modificato lo stesso paesaggio che, perduta la qualifica di naturale, assume appunto quella di industriale.

L'oggetto dell'archeologia industriale, quindi, finisce per essere costituito dall'insieme dei resti fisici che testimoniano le trasformazioni subite dall'ambiente a seguito dell'impatto dell'industria sul territorio e delle loro connessioni spaziali e funzionali.

Viene così ad essere investito uno dei temi di fondo che ormai fanno dell'archeologia industriale, anche per gli stretti legami che ha con il nostro presente, uno dei punti di forza di una rinnovata politica nel campo dei beni culturali. I messaggi che essa è in grado di inviarci investono una gamma molto vasta di interessi che dalla storia della tecnica e della produzione, attraverso la sfera più generale dei rapporti uomo-ambiente fisico, si estendono fino al campo estetico, considerato in una accezione diversa rispetto a quella convenzionale. A tal proposito vari studiosi, fra cui Franco Barbieri, osservano che è assolutamente necessario uscire da residui miti idealistici portati a valorizzare unicamente oggetti ritenuti, nella loro unicità qualificante, frutto di non ripetibili e individuali intuizioni pure. Ciò renderà liberi di accostarsi a una gamma complessa di manifestazioni, dalla vastità finora insospettata e rientranti a buon diritto nella onnicomprensiva accezione di beni culturali: autentici portatori di contenuti coinvolgenti i più larghi e differenti aspetti della vita associata. Di conseguenza le permanenze archeologico-industriali sono da intendersi a tutti gli effetti dei monumenti che assumono rilevanza in quanto resti fisici di un processo che permea di sé tutta una fase della civiltà umana e che prendono il valore di segni con un proprio linguaggio, significativo dei modi di comunicazione indotti dal nuovo sistema di produzione di beni e dalla dimensione di vita delle masse per effetto dell'industrializzazione.

In tal modo l'oggetto ultimo e primario dell'archeologia industriale finisce per essere la cultura dell'industrialismo, ossia i modi di essere, le idee che hanno prodotto e nello stesso tempo sono stati prodotti dalla fabbrica, dalla macchina, dai vari luoghi di lavoro.
La fabbrica, come si diceva prima, produce non solo cose, ma pure idee: per esempio essa è portatrice di un certo tipo di disciplina, di gerarchia, di fruizione del tempo, dello spazio e dei rapporti tra vita pubblica e privata.

di Francesco Tavone