L'ATTIVITA' MOLITORIA
La macinazione dei cereali è regolarmente documentata nel territorio scledense e nel suo circondario fin dal XIII° secolo.
L'economia agricola della zona ancora in epoca medioevale stimolò la costruzione di mulini, azionati da ruote mosse dall'acqua del Leogra con i suoi affluenti e della fitta rete di rogge, che vennero scavate un po' ovunque.
Lungo la Roggia Maestra a Schio il numero degli impianti molitori andò progressivamente aumentando e dalle otto poste di mulino citate da un cronista del Trecento si arrivò alle 27 ruote per la macinazione del grano nella prima metà del Settecento.
La posizione della città allo sbocco della Val Leogra favorì la raccolta delle granaglie e le attività molitorie, ma anche nelle zone limitrofe di montagna e di pianura si praticò la molitura, là dove in prossimità dei corsi d'acqua sorsero i primi e antichi insediamenti, come lungo il torrente Gogna, nell'Altopiano del Tretto, lungo il tratto superiore del Leogra a Valli del Pasubio e nelle contrade vicine, lungo il corso inferiore della Roggia Maestra a Marano Vicentino.
A Schio i mulini lentamente tendono a scomparire, riducendosi a 5 nella prima metà dell'Ottocento per la specializzazione tessile urbana e oggi nessuno di essi è in funzione.
Si segnalano
le strutture esterne (1) del
Mulino Grendene (2) a cinque piani con le
poderose chiuse (3) in via Paraiso, segno di un tentativo di trasformazione industriale della produzione, e quelle del settecentesco
Mulino De Lorenzi (4), poi Grendene, in vicolo Pilastro, diventato in seguito pastificio.
L'attività si è protratta più a lungo nelle zone periferiche citate, finita la dominazione veneziana, fino a scomparire negli ultimi decenni; fuori città sono tuttora attivi solamente due impianti molitori con laminatoi: il Mulino Calderato a Marano Vicentino e il Mulino Facci nella zona posta ai confini tra il Comune di Schio e quello di Santorso. Le originarie ruote idrauliche sono state sostituite da turbine Francis, integrate dall'energia elettrica per sopperire all'eventuale scarsità d'acqua.
Restano, tuttavia, in tutto il circondario scledense numerose tracce dell'intensa passata attività molitoria, visibili lungo tragitti percorribili parte con spostamenti in macchina oppure con distensive passeggiate a piedi.
Dal centro di Schio spostandosi verso Valli del Pasubio, sulla deviazione per Staro, in contrà Ertele si trovano i resti del Mulino Danzo, con ruota esterna. Più avanti, in contrà Gobbi merita una visita il Mulino Filippi, che conserva i vecchi palmenti e buratti accanto ai più recenti laminatoi a cilindri. Quest'ultima tecnologia è rimasta nel Mulino Rossato di Gisbenti.
Salendo da Poleo, quartiere a nord-ovest di Schio, verso Santacaterina, con deviazioni dalla strada principale, si individuano resti significativi dei mulini che servirono le popolazioni delle contrade sparse nel bacino idrografico del Gogna e che oggi costituiscono la Via dei Mulini.
Lungo il corso inferiore della Roggia Maestra, nel Comune di Marano Vicentino, fitta è la presenza dei resti molitori che giustifica la denominazione di questa sezione del canale medioevale di "Roza dei Mulini". A partire dalla località Vanzi, in aperta campagna resta in condizioni molto fatiscenti il Mulino Barettoni-Cavedon; in via Molette fino al 1996 è stato attivo l'antico Mulino Zambon con impianto a cilindri. In via Santa Maria risulta ben conservato il Mulino Cavedon , elettrificato ai primi del '900, accanto ad un altro, ma sul lato opposto, sempre Cavedon di costruzione più recente.
di Dina Mantoan