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La via dei mulini
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LA VIA DEI MULINI

La Via dei Mulini si snoda lungo il torrente Gogna, costeggiando la strada Poleo - Santacaterina, e permette di individuare nella valle i resti significativi di 6 mulini, documenti materiali della passata attività molitoria della zona, ma anche gli unici segni rimasti dell'economia artigianale che si sviluppò e continuò per tanto tempo lungo questo affluente del Leogra.
La conca valliva della Gogna con le numerose sorgenti e affluenti che convogliano poco a monte della contrada Palladini le acque nel corso principale ha permesso numerosi insediamenti nelle sue vicinanze documentate fin dal XIII° secolo, che poterono sfruttare l'abbondanza d'acqua a fini domestici, agricolo-artigianali con l'escavo di rogge che alimentarono mediante ruote idrauliche le macchine per lavorare il ferro e il legname, in opifici non più esistenti, favorendo anche attività legate alla lavorazione di fibre tessili.

La presenza dei magli si lega all'estrazione mineraria, perché il territorio, contiguo a quello del Tretto, conteneva nelle sue viscere filoni di ferro, di vene miste di piombo-oro, nonché la famosa "terra bianca" del caolino.
Lavoratori tedeschi si stanziarono gradualmente nelle contrade che si incontrano ancora oggi salendo lungo il percorso, accanto a quelle che già si dedicavano alla lavorazione agricola, di stimolo alla costruzione anche dei mulini; la vicinanza del bosco del Guizza, inoltre, favorì il sorgere di alcune segherie per la lavorazione del legname.

L'itinerario si percorre in automobile con deviazioni dalla strada provinciale o compiendo una passeggiata rilassante in mezzo a una ricca vegetazione della valle del Gogna.

Il punto di partenza è nella contrada Molino di Poleo, dove sulla via che congiungeva la chiesa di San Martino, oltre le Aste, a quella di San Giorgio venne costruito il Mulino Thiella-Fabrello(1), attestato nel 1275 come proprietà dei conti vicentini.
Nel '700 lo possedeva la famiglia Molvena, detta Thiella, che vi aggiunse anche una ruota per il maglio da ferro, poi utilizzata per follare i panni. Il lavoro della follatura fu abbandonato dopo il 185O, il maglio, invece, funzionò fino ai primi decenni del 1900. La famiglia Fabrello acquistò da A. Conte il mulino, il quale è stato dismesso nel 1956. All'interno le due macine per la farina bianca e gialla con i relativi buratti erano animate da due ruote in legno a coppiello, "colpite di sopra" dall'acqua, proveniente dalla Roggia del Munaro, con un salto di 6,8 metri. La ruota del maglio sfruttava una caduta di 5,5 metri, che fu sostituita nel 1945 da una turbina per l'impianto molitorio.
Il complesso degli edifici, disposti scalarmente sul greto del torrente, con l'intrico di ruote, alberi di trasmissione e di condutture idriche in legno, rendeva il luogo particolarmente spettacolare e in esso le costruzioni in pietra e sassi erano un tutt'uno con la vegetazione circostante.
I vecchi locali(2) sono stati trasformati in abitazione che nulla mantiene del caratteristico aspetto del mulino.

Ritornando sulla strada principale o seguendo quella dei Palladini e, quindi, il sentiero che porta al Bojaoro, si arriva al Mulino Zanella(3), subito dopo la contrada Corobolli, a destra di questa sulla valle e raggiungibile per un viottolo erboso in discesa.
Al di sopra di questo, sullo spigolo del rialzo montuoso, era posta la vasca di carico dell'acqua, trasportata da due canalette derivate dai versanti opposti di valli contigue, Bojaoro e Troie, per far muovere con un salto di 6,80 metri la ruota a coppiello colpita da sopra del mulino a due palmenti interni.
Nello stabile vicino una turbina Pelton permise un'attività di falegnameria successiva a quella molitoria.
Nel '44 i tedeschi per rappresaglia bruciarono la costruzione, ridotta oggi a pochi ruderi ; è individuabile l'edificio centrale a più piani secondo la tipologia costruttiva dei mulini dell'alta Val Leogra per ospitare in questi il locale da lavoro, l'abitazione del mugnaio e il magazzino.
Sulla facciata ad ovest restano il foro d'uscita dell'albero di trasmissione, il vano della ruota e i fori di sostegno delle condotte che dal lato sopra il sentiero facevano cadere l'acqua.

Proseguendo in mezzo al bosco o ritornando sulla via principale fino a Zanei e percorrendo il sentiero "Coston del Varo", si raggiunge un altro insediamento molitorio, il Mulino Sessegolo(4) nella Val Bona, affiancato da una poderosa condotta forzata che, con una caduta di 14 metri, animava la turbina per azionare alternativamente i palmenti interni per la farina gialla. Utilizzava l'antica Roggia di Varo, in abbandono e in parte smantellata che in precedenza nello stesso luogo fece funzionare un altro antico mulino per farina bianca, con ruota idraulica poi sostituita con l'aggiunta del nuovo impianto.
Il Mulino Sessegolo è inserito in una serie di complessi abitativi, chiusi da un muro che rendono l'insediamento simile ad una contrada autosufficiente e fortificata con l'effetto spettacolare. Tra i soffitti crollati sono visibili resti dell'impianto tra i quali una macina, resa verde dal muschio e dall'umidità, appoggiata ad una parete.
L'itinerario può proseguire, riprendendo la strada asfaltata per raggiungere la contrada Angelini-Bogotti, dopo la quale all'interno di una curva è collocata un'abitazione corrispondente al Mulino Costa, eretto nel 1890 e attivo fino al 1942; dotato di due palmenti era azionato da una turbina che sfruttava un salto d'acqua di 6,5 metri, prelevata dalle sorgenti a monte.

Scendendo da l“ lungo il sentiero che costeggia la Val Troie, un po' più a sud è situato il Mulino Bogotto(5), con edificio a un piano immerso in una fitta vegetazione boscosa e usato anche per altre lavorazioni dal suo proprietario mugnaio-fabbro-falegname. Nel locale attiguo c'era il grosso tornio di legno, del quale restano una putrella di sostegno e di un volano arrugginito. L'ampia stanza serviva anche come magazzino per il deposito dei sacchi di farina. Nell'ultimo locale in fondo sono ancora ben visibili le macine(6) e gli alberi di trasmissione. All'esterno sulla facciata sono appoggiate alla muratura dello stabile due grosse macine(7), mentre sul retro arriva la condotta forzata per la turbina con un salto di 12 metri, che nel 1907 mise in funzione per primo l'edificio per sega, al quale si aggiunse nel 1942 il mulino, attivo poi fino agli inizi del '50.
Risalendo il pendio si arriva alla vasca di carico e si può osservare il percorso delle due rogge che l'alimentano.

Si riparte dalla strada e alla contrada Marsili s'imbocca un viottolo ampio e ben battuto che porta al Mulino del Secco(8) (il toponimo(9) forse allude alla magrezza del proprietario), l'ultimo, raggiungibile anche dal Mulino Sessegolo, salendo attraverso il bosco e riprendendo il precedente sentiero intrapreso alla contrada Molino.
Del mulino si hanno notizie fin dal 1759 e venne abbandonato nel 1890 quando fu costruito l'acquedotto di Schio che incanalò l'acqua della sorgente che ne animava le due ruote con caduta di 7 metri.
L'edificio, con tezza e magazzini annessi, è stato ristrutturato e adibito ad abitazione.

Ritornando a Poleo, si può vedere, subito dopo il ponte sul torrente Gogna, l'ex Fabbrica Suppi, eretta verso la fine dell' Ottocento e dagli anni Trenta dotata di un impianto molitorio prima a palmenti, poi con laminatoi, attivo fino al Sessanta.

di Dina Mantoan