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Il Giardino Jacquard 3/3
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Il Giardino Jacquard

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L'elemento connotativo del Giardino è la sinuosa Serra (1859) che s'inarca dolcemente verso le pendici del colle sovrastante, concludendo il giardino inferiore e fungendo da sipario teatrale del fantastico spettacolo che attende il visitatore nel maestoso ninfeo retrostante, dei giardini pensili, connotati da serpeggianti sentieri(29) incassati tra scogli, e dei belvederi che caratterizzano l'area collinare a partire dal 1864, in seguito alla rimozione degli stenditoi e asciugatoi (superati da quelli meccanici adottati nella Fabbrica Alta nel 1863) in parte sostituiti con serre, riconoscibili in una litografia del Matscheg e di cui oggi rimane qualche traccia nell'area Nord/Ovest.
L'ubicazione e la particolare struttura della serra(30), dotata di sistemi di riscaldamento e vano di areazione, le vetrate policrome alla veneziana su telai in ferro, i due grandi lucernai dei due avancorpi laterali, l'obliquità della falda di copertura del settore centrale, internamente ricoperta da controsoffitto in doghe di legno ad andamento trasversale, assicuravano una luminosità diffusa, temperatura e umidità adeguate per la conservazione delle famose collezioni di fiori e piante, di cui andava orgoglioso il proprietario.
Il grazioso edificio, impreziosito da decorazioni floreali e da due putti in terracotta con le rispettive cornucopie( uno perduto e l'altro deturpato), è collegato ai percorsi laterali del giardino inferiore tramite brevi gradinate in pietra, mentre l'antistante piazzale semicircolare, bordato da un rivestimento lapideo bucciardato, ne costituisce il naturale prolungamento. Proprio al centro di questo era collocata una statua di Flora, contornata da un’aiuola fiorita, in seguito sostituita dall'attuale voliera in ferro e zinco, tipica della produzione di fine Ottocento.

Singolare è la peculiare struttura del fiabesco Ninfeo(31) (1859-1864), che induce l'ospite a inoltrarsi nel magico labirinto che lo porterà a provare le più svariate emozioni in luoghi e tempi lontani fino alla riconquista del presente, al termine del viaggio, ossia alla visione del Lanificio Rossi e della città industriale, godibili dal belvedere centrale e dai giardini pensili. Sono evidenti gli insegnamenti di Giuseppe Jappelli nella presenza di raffinatissime architetture e decorazioni(32) neogotiche di matrice veneziana come pure quelli di Francesco Bagnara nella costruzione scenografica degli spazi, ma sono proprio della forte sensibilità tardo-romantica dell'autore il gusto per il pittoresco e l'intimo legame tra architettura -scultura-pittura e natura. La felice combinazione di materiali differenti e di tecniche diversificate crea agili trame architettoniche, robusti medaglioni e scogli, leggeri ponti e trasparenti parapetti(33), monofore e bifore accanto al monumentale ingresso(34) orientaleggiante delle grotte artificiali, dominato dal busto di Atlante, archi rampanti, rosoni, mensole, lesene, capitelli, cornici, fregi, trafori a merletto ecc.
L'amore per l'esotismo è sottolineato da sculture zoomorfe, tra cui spicca la grottesca testa di coccodrillo(35) ( allegoria della civiltà degli Egizi, maestri della lavorazione della lana) che sporge dalla viva roccia, interrompendo improvvisamente il passo a chi accede ai giardini pensili dalla gradinata di sinistra, dietro la torretta. Nel lato opposto, invece, a dominare lo spazio è un alto scoglio su cui poggia una statua mutila di Flora con la tipica cornucopia di fiori.
L'imitazione della forza creatrice della natura e in particolare della struttura geologica del luogo, carsica e dolomitica, giustifica la presenza di grotte artificiali(36), di anfratti e precipizi, di nude pareti vertiginose tra scogli e rustiche gradinate popolate dai personaggi dei boschi, come i nani(37), il levriero (scomparso negli anni Ottanta), il lupo (presente fino al 1993), mentre il recupero della storia del sito è rappresentato dalla falsa rovina dell'antico castello di Schio (demolito dai veneziani nel 1512), che occupa tutta l'area collinare con il ponte(38), il torrione belvedere(39) semicircolare, le balaustre merlate, i parapetti trilobati, le preziose cornici policrome ecc.
L'appartenenza della terra di Schio prima alla civiltà medioevale e poi a quella della gloriosa Repubblica di Venezia, spiega l'adozione del gotico fiorito in questa dinamica e complessa architettura che offre in ogni dettaglio riflessioni e rimandi culturali diversi.
Assai interessante è il sistema delle volte a vela e a botte del vestibolo interno, dal quale si snodano i percorsi a X che portano alla conquista della luce, dopo sottopassi bui, erte gradinate tra luci e penombre, fino al grande belvedere centrale che sovrasta il ninfeo al limite della sottostante serra.

La cinquecentesca Chiesetta di S. Rocco(40), che sovrasta il Giardino nel lato Nord/Est, sul quale offre il fianco sinistro, mentre la facciata si apre sulla pubblica via, è coinvolta nella composizione scenografica, pur essendo fisicamente esterna alla cinta muraria.
Secondo il progetto del 1859 questa graziosa architettura dalle semplici linee tardo-romaniche, ristrutturata all'interno in epoca barocca, doveva assumere una veste più solenne in stile neogotico con la trasformazione delle finestre laterali in grandi monofore trilobate e il rifacimento della sacrestia per ospitare coerentemente lo svettante campanile ottagonale, che diventa il vertice di tutta la scenografia del giardino e contemporaneamente il fuoco prospettico della pittoresca gradinata(41) di S. Rocco. La riforma della chiesetta, però, viene a investire solo gli intonaci esterni, resi vivaci da una decorazione a differenti fasce cromatiche, e l'adiacenza della sacrestia ( dove le finestre rettangolari del secondo piano diventano centinate) con l'aggiunta del nuovo campanile. Questo si accorda perfettamente con i volumi dell'architettura del tempietto, sottolineandone il ruolo sintattico tra il Giardino, il parco della " valletta", i vecchi quartieri e, attraverso il lungo "viale degli ippocastani", ora Petitti di Roreto, con i ruderi del vicino castello medioevale. Lo slancio verticale del campanile, coronato dalla cuspide in rame, che conclude la raffinatissima cella campanaria desunta dal gotico fiorito veneziano con la mediazione dello Jappelli, accentua lo sviluppo ascensionale del Giardino Jacquard, stabilendo un dialogo vivace con le sottostanti ciminiere del complesso del Lanificio Rossi.

Il Giardino, affidato dal committente alle cure del giardiniere Marco Reschiglian dell'Orto Botanico di Padova, vantava un cospicuo patrimonio di piante indigene ed esotiche, segnalate da Francesco Rossi, figlio di Alessandro, nel suo volumetto "Schio. Guida Alpina ", Schio 1878, tra cui: preziosi esemplari di Bromeliacee, Conifere, Felci, Licopodii, Palme, Musacee, Bulbose e Grasse; altre come Tamarindus indica, Pigmenta vulgaris, Ficus elastica, Artocarpus imperialis, Cinnamonum camphora, Galactodentron utile, ecc.; collezioni di Rododendri, Azalee, Pelargonii, Fuchsie, Camelie ecc.
Con il variare delle mode e con l'ingiuria del tempo alcune specie sono scomparse e sostituite da altre, tuttavia si sono conservati numerosi individui di Angiosperme (Ailanthus altissima, Aucuba japonica, Buxus sempervirens, Eriobotria japonica, Forsitia, Laurus nobilis, Kerria japonica, Hedera algeriensis, Hedera helix, Magnolia grandiflora, Magnolia soulangiana, Mahonia acquifolium, Nerium oleander, Photinia serrulata, Prunus laurocerasus, Quercus ilex, Robinia pseudoacacia ecc.) e di Gimnosperme( Cupressus lusitanica, Cupressus sempervirens, Libocedrus decurrens, Pinus halepensis, Pinus pinea, Pinus strobus, Sequoia sempervirens, Sequoiadendron giganteum, Taxus baccata ecc.) che fanno del Giardino Jacquard un orto botanico di inconfondibile pregio.

Alessandro Rossi ne era particolarmente orgoglioso, tanto che mandava le sue orchidee in omaggio alla nobiltà vicentina, e lo aprì "da mane a sera", perché tutta la città ne godesse e, soprattutto, gli operai del suo lanificio, i quali vi organizzavano feste, spettacoli musicali, cerimonie civili, visite scolastiche, ecc.
Dopo un lungo periodo di abbandono, il restauro e il riuso del giardino sono stati curati e finanziati dalle Manifatture Marzotto di Valdagno.

di Bernardetta Ricatti

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