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Anche per la costruzione della Centrale di Ponte delle Capre(16) Alessandro Rossi procede all'acquisto di insediamenti produttivi che detenevano la concessione e il diritto di sfruttare le cadute dell'acqua: per questa Centrale viene acquistato un edificio "per mulini e seghe" di F. Manfron, detto Righelato, che già utilizzava una propria canalizzazione. Il progetto di potenziamento del Rossi prevedeva l'utilizzazione della "rosta" e del canale dell'ex maglio da rame di Mengotto e la costruzione di una nuova canalizzazione sul pendio del monte, a destra del Leogra, fino alla confluenza(17) in esso del Sagno: qui(18), infatti, si trovava la massima caduta(19) e nel punto più basso si sarebbero poste le turbine(20). Il canale di scarico sarebbe passato sotto il Sagno per sfociare nelle opere di presa dell'opificio Manfron. Come la Centrale di Ressalto, anche questa doveva contribuire alla produttività degli Stabilimenti di Torrebelvicino e di Pievebelvicino. La Centrale idroelettrica(21) di Ponte delle Capre viene inaugurata nel 1889(22). Il corpo allungato, disposto parallelamente al corso del Leogra, sulla destra, poggia su un basamento(23) in pietra a scarpa su cui si apre un'ampia finestra corrispondente ai locali interrati. Al piano superiore una vasta sala contiene i macchinari ed è illuminata da due grandi finestre centinate incorniciate da una semplice decorazione in cotto. La Centrale riceve da ovest l'acqua della roggia mediante una doppia condotta(24) forzata di circa m.20,50 collegata alla vasca di carico(25).
Nel 1908 fu aggiunto al primo un secondo corpo di fabbrica, mentre una condotta laterale scarica l'acqua nel Leogra.
Una nuova canalizzazione che utilizza prima la roggia del Mulino Luccarda e poi prosegue nella campagna, in parte in tubatura e in parte allo scoperto, giunge infine allo Stabilimento Rossi di Torrebelvicino, dove precipitando(26) sulle turbine dell'annessa Centrale alimentava le macchine dell'opificio producendo, a partire dagli anni '90, energia elettrica al posto della precedente energia idraulica.
La stessa cosa accade con la Centrale idroelettrica di Rillaro(27) dove il Lanificio Rossi sfruttava un salto(28) sulla roggia di Pievebelvicino con una possente ruota con la quale nel 1874 Alessandro Rossi sperava di poter generare energia sufficiente a muovere le macchine dello Stabilimento di Schio, distante tre chilometri, con il sistema del "fune teledinamico": la trasmissione sarebbe avvenuta, appunto, mediante funi sospese a dei piloni. L'esperimento fallì perché le funi non reggevano alla tensione per un tratto così lungo e s'incurvavano perdendo di potenza. Rossi si risolse ad utilizzarne la trasmissione solo per un tratto più breve, di 700 m., fino allo Stabilimento di Pievebelvicino e provvide, per la sede centrale della fabbrica, a sfruttare un salto della Roggia Maestra con un'altra Centrale nell'area stessa del Lanificio. Solo dopo gli anni '90 anche a Rillaro si cominciò a produrre energia elettrica(29).
di Marina Campolmi
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